In questa sezione rielaboriamo note scritte nel corso del viaggio, che non sono rientrare nel libro (dove ragioniamo per concetti più che per luoghi) o che, se lo sono, hanno preso un’altra forma, un’altra narrazione. Presentiamo inoltre mappe (le firma Stevano Navarrini) e grafici, file audio e fotografie. Una sorta di appendice o completamento del Mare corto cartaceo, se si vuole.


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Entrambi, nella fase di post-produzione che ha portato alla genesi del libro, abbiamo dovuto fare i soliti sacrifici. Ovvero: rinunciare a raccontare una situazione, un personaggio, una città. Si tratta di un’operazione dolorosa, ma anche avvincente. Di séguito, alcuni scatti di Ignacio che non sono rientrati nel volume.

Lussino olimpica

 

Alle Olimpiadi di Helsinki del 1952 due equipaggi di Lussino, isola oggi croata, ieri jugoslava e ancor prima italiana, parteciparono alla finale della classe star di vela. Uno gareggiava per l’Italia, l’altro per la Jugoslavia. I loro membri si conoscevano, erano amici d’infanzia. La leggenda vuole che l’equipaggio jugoslavo (Mario Fafangel e Karlo Basic), ormai fuori dai giochi per il podio, favorì la vittoria di quello italiano, composto da Nicolò Rode e Agostino Straulino. Come? Togliendo vento nella regata finale agli americani, giunti secondi. Ma appunto, è una leggenda. In realtà la vittoria italiana dipese dal proverbiale fiuto per il vento di Straulino, grande uomo di mare e grande ammiraglio, che negli anni Sessanta avrebbe comandato l’Amerigo Vespucci.

Note istriane

Pirano (Piran)

Il lungomare di Pirano è pieno di gente. C’è chi fa il bagno e chi passeggia; chi beve un drink e chi osserva il tramonto. Un uomo sulla sessantina, cappello in testa, strimpella una chitarra acustica. Ci fermiamo a parlarci. 

Si chiama Roberto D’Ans. Gli chiediamo l’origine di questo cognome, insolito rispetto a quelli del posto. E da qui comincia una storia. Suo nonno era belga e aveva una laurea in ingegneria meccanica. Quando sul finire dell’Ottocento l’impero austro-ungarico inaugurò il secondo corridoio ferroviario verso l’Adriatico, quello tra Budapest e Fiume (il Vienna-Trieste era già attivo), venne da queste parti a intercettare e servire i bisogni di chi spostava merci dal continente ai porti, via strada ferrata. Aprì un’officina. Durante la seconda guerra fu distrutta, e non venne più ricostruita. In epoca jugoslava la famiglia D’Ans fece altro. Per anni gestì il piccolo cinema di Pirano e lo stesso Roberto, nato a Trieste ma vissuto sempre da questa parte del confine, vi lavorò come operatore. Nel 1991 è stato chiuso. Non ci andava più nessuno.

Daila (Dajla)

C’è un vecchio monastero abbandonato, con adiacente chiesetta. I segni del tempo sui loro muri. Porte chiuse: dell’uno e dell’altra. Davanti ai due edifici c’è un giardino, alla fine del quale si levano due colonne robuste che segnano l’accesso a un piccolo camminamento, rialzato rispetto al livello del mare. C’è una certa atmosfera di magnificenza e oblio, che fa immaginare certi posti del Mediterraneo. Dal monastero, seguendo un sentiero sterrato, si arriva a un paio di calette selvagge.

In una casetta addossata sulle mura esterne del monastero vive Boris. Avrà sui sessant’anni, e fa l’autista di bus. Il suo mezzo è posteggiato poco più in là, in uno spiazzo. Mentre sistema alcuni tronchi di legna da ardere, l’uomo spiega che fino al 1989 il monastero era adibito a ricovero per anziani e che adesso c’è un progetto della Caritas per farne un albergo per disabili. Quando? Boris alza le spalle e dice che sa soltanto che lui, da qui, vuole andarsene presto. Medita di ritirarsi da qualche parte in campagna. È convinto che la terra della tenuta monasteriale, che è ancora di proprietà della chiesa, verrà venduta ai privati, e che vi sorgeranno strutture turistiche che rovineranno questo posto.

Fino all’indomani della seconda guerra mondiale il monastero apparteneva ai benedettini dell’abbazia di Praglia, una comunità della provincia di Padova, con una storia antica alle spalle. La soppressione delle corporazioni religiose, decisa dal Regno d’Italia nel 1867, indusse i monaci a cercare solidarietà e rifugio in Austria. E così vennero qui, sull’Adriatico, restandovi fino a poco dopo la seconda guerra mondiale, quando scelsero di non aver nulla a che fare con la Jugoslavia e il comunismo, o fu loro intimato di andarsene, secondo un’altra versione della vicenda. 

Negli anni recenti c’è stato un contenzioso tra l’abbazia di Praglia, che rivendicava la restituzione del monastero, e la chiesa croata, che lo ottenne dopo che se ne andarono per sempre e che, hanno sancito i giudici, ne resta l’unica titolare.

Pola (Pula)

 

Lungomare occupato, oggi. C’è Iron Man, un evento di triathlon. Nuoto, bici, corsa. Gli iscritti sono 1800. Lungo il percorso ci sono banchetti per il ristoro dei partecipanti. Musica hard rock e metal come colonna sonora. L’arrivo è dentro il possente anfiteatro di epoca romana, ben conservato. Entriamo, e vediamo sulla linea del traguardo due uomini con indosso corazza e casco da centurioni. Un gruppo di turisti giapponesi è spiazzato da questa situazione. 

Pola ha 60.000 abitanti. La città, la più grande dell’Istria, sa tenersi affaccendata in tutti i periodi dell’anno. C’è anche un polo universitario, fondato pochi anni fa. Il porto peschereccio sembra molto attrezzato. Tra quelli dell’Adriatico orientale sembra il più importante. 

Pola ha un’attività cantieristica di lunga tradizione. Le officine navali – il loro nome è Uljanik – furono fondate all’epoca dell’Austria-Ungheria, nel 1856. In questi anni il cantiere ha sofferto molto, seguendo la tendenza dell’intero comparto. C’è stata una ristrutturazione industriale, e nonostante questo la sopravvivenza di questo polo rimane a rischio.

Il numero dei lavoratori è sceso nel corso degli anni. «Erano 14.000 al tempo della Jugoslavia, lo dico con assoluta certezza», riferisce il signor Branko Juricic, con cui ci si mette a parlare davanti a una panetteria, nel quartiere collinare che si affaccia sulle officine navali. Di padre italiano («si chiamava Giuseppe Guarini e il cognome che porto è la slavizzazione del suo»), Juricic sostiene che oggi al cantiere lavorano non più di 2.500 persone, considerando anche le ditte che vi gravitano intorno.

«Da un lato è naturale che sia così. Quando c’era la Jugoslavia il numero di lavoratori era troppo alto per le esigenze effettive di queste industrie, ma fa un certo effetto vedere tutto questo lavoro perso», continua il nostro interlocutore. E questa del trapasso dal socialismo al capitalismo, con i suoi costi sociali, è una storia sentita più volte in questo e altri lembi d’Europa collocati oltre l’antica linea del confronto tra blocchi.

Territorio Libero di Trieste

Ci dirigiamo verso Parenzo, superando Cittanova. Passiamo dalla foce del Mirna, dove ci sono uomini e ragazzi che pescano. Il fiume si dà al mare appena oltre un ponte di metallo, verniciato di blu, che congiunge le due sponde. Poggia su piloni bassi che lo sollevano di quel tanto che basta sopra il livello dell’acqua. Questo era il limite della Zona B del Territorio Libero di Trieste (TLT), l’area internazionalizzata creata nel 1947 a cavallo dei confini tra Italia e Jugoslavia, per congelare le controversie territoriali tra i due Paesi e rimandarne la soluzione a tempi migliori.

Il TLT durò fino al 1954, quando Roma e Belgrado, con il memorandum di Londra, si accordarono per spartirselo. L’Italia acquisì la sovranità su Trieste e sul resto della Zona A, che in precedenza erano state amministrate dagli anglo-americani. La Jugoslavia, dal canto suo, incorporò la Zona B, che in sostanza già controllava, visto che tra il 1947 e il 1954 quelle aree furono gestite dalla polizia di Tito.

La spartizione del 1954, una spartizione de facto, poi confermata de iure nel 1975, con gli accordi di Osimo, rappresenta un trauma profondo per gli italiani dell’Istria, che fino a quel momento avevano sperato di tornare sotto la madrepatria. In pochi scelsero di restare. Fu un esodo di decine di migliaia di persone. Sui motivi di quel grande spostamento di persone abbiamo sentito la storica Francesca Rolandi. «Per me l'esodo del 1954 non è una diretta conseguenza delle esecuzioni alla fine della guerra. Se temi per la vita, in genere parti sùbito. Che se ne andò dalla Zona B lo fece dopo aver trascorso otto anni sotto l’amministrazione militare jugoslava. Pertanto direi che la causa principale dell'esodo è il venir meno di ogni speranza che quel territorio potesse passare all'Italia. A questo, si aggiunsero il clima di discriminazione che si era venuto a creare verso gli italiani, la paura e l'insicurezza verso il futuro, il rovesciamento di quello che era l'ordine sociale precedente e una condizione economica disastrosa, specialmente nel settore agricolo, che subì le conseguenze di un tentativo di collettivizzazione portato avanti dal 1949».

Da Spalato a Venezia

Negli ultimi anni il cantiere navale di Spalato, il più grande della Croazia, ha ricevuto importanti commesse. La principale è giunta da Venezia per la realizzazione di cinquantasette delle settantotto paratoie del Mose, la grande opera chiamata a difendere la città dagli allagamenti. Le paratoie, grossi parallelepipedi di metallo, ne sono gli elementi essenziali. In situazioni normali sono piene d’acqua, e il peso le trascina giù facendole alloggiare in appositi cassoni. Se invece c’è alta marea vengono svuotate e inclinate verso l’alto, divenendo dighe. Abbiamo ammirato dal vivo l’intero processo – taglio, saldatura e verniciatura – che porta alla loro costruzione. Le maestranze operano in modo svelto e audace.

Da anni si discute dell’utilità o meno del Mose, e si denuncia parallelamente la corruzione che s’è messa in moto intorno a esso. Ma ai cantieri di Spalato questo non ha mai avuto troppa importanza. L’obiettivo di tutti, ingegneri, capisquadra e operai, è portare a termine il lavoro nei tempi previsti, nella speranza che questi blocchi metallici servano davvero alla protezione di Venezia. Fosse così, una città dell’Adriatico orientale lascerebbe un chiaro timbro su una dell’occidentale: per giunta quella che per secoli dominò il mare corto, permettendosi di chiamarlo golfo.

Porto Montenegro

 

A Tivat (Teodo), località delle Bocche di Cattaro, in Montenegro, sorge la marina più esclusiva di tutto l’Adriatico. È stata realizzata dopo l’indipendenza del Paese, nel 2006.

Attracchi per super yacht, residenze esclusive, negozi e ristoranti di alto livello, e un hotel della catena Regent, l’unico in tutti i Balcani. Porto Montenegro è un luogo ultra lussuoso, un mondo a parte, una situazione plastica. Dietro la quale, però, scavando, si nasconde una grande storia di cantieristica e intrecci culturali. Teodo fu trasformata da villaggio di pescatori a città-arsenale dall’Austria-Ungheria, e durante l’epoca jugoslava la vocazione cantieristica crebbe ulteriormente.

Dove finisce l’Adriatico?

Sul limite meridionale del nostro mare, e dunque sul punto in cui le sue acque si scontrano con quelle dello Ionio, non c’è chiarezza assoluta. Esistono tre versioni della questione.

La prima, e la più gettonata, in quanto fatta propria dalle carte nautiche, fissa la linea che separa - o fa congiungere - i due mari tra Punta Palascìa, a sud di Otranto, e Capo Linguetta, sulla penisola di Karaburun, che protegge la baia di Valona.

Meteomar, invece, fa riferimento al 40° parallelo, che passa dalle parti di Castro, in Salento, e Himara, sempre in Albania. La terza tesi, quella dell’Organizzazione idrografica internazionale, stabilisce che il confine tra i due mari cada tra Santa Maria di Leuca e Butrint, località albanese sul canale di Corfù.

Il mare dell’Est

I russi che frequentano la costa montenegrina non sono per forza ricchi, a dispetto di come solitamente vengono rappresentati. Non necessariamente pernottano in alberghi di gran lusso o hanno investito nel mattone. In Montenegro, al mare, ci va anche la classe media. Non pochi russi vi si recano in auto. Il viaggio è molto lungo, ma più economico rispetto a un volo, soprattutto per chi ha famiglia. A portata di tasca, tutto sommato, è l’intera permanenza nell’ex repubblica jugoslava.

Trascorrere le vacanze in Montenegro non è solo una questione di sostenibilità economica. I russi trovano un ambiente familiare, una seconda casa in un certo senso. Il Paese è a maggioranza slava e ortodossa. Mosca è stata la principale madrina della sua prima indipendenza, ottenuta al Congresso di Berlino del 1878 (la seconda, dalla Serbia, è datata 2006). Portarsi dietro abitudini e lingua, con la certezza di condividere le prime e poter parlare la seconda, tra l’altro ben comprensibile ai montenegrini, mette a proprio agio.

Si calcola che dalla Russia provengano il 30% dei visitatori della costa montenegrina, questa sottile striscia di sabbia e roccia con poco respiro, soprattutto nelle sue parti centrale e settentrionale, a causa di montagne ricoperte di boschi che s’innalzano bruscamente dalla linea del mare. Di russi se ne possono incontrare ovunque, pur se prediligono trascorrere le loro vacanze a nord della città di Bar, porta sul Paese e sbocco per le sue merci, come per quelle serbe (su un piazzale dell’area portuale scorgiamo centinaia di Fiat 500L), nonché vecchio crinale tra il Montenegro ottomano e quello veneto-austriaco. Ancora oggi questa gradazione si percepisce.

Il Montenegro è un mare economico e intimo anche per altre genti dell’Est: ucraini, bielorussi e bulgari, per esempio. Anche loro si muovono in auto. Ci sono anche molti serbi, naturalmente. Quello Montenegrino è il loro mare, da sempre. E per raccontarla fino in fondo, prima del referendum che ha sancito l’indipendenza del Paese adriatico, nel maggio 2006, i serbi, per recarsi sulle sue coste, non dovevano attraversare una frontiera.