PIRANO

L’auto va lasciata fuori dal borgo, ed è giusto così. Pirano, il posto più magnetico del breve litorale sloveno, meno di cinquanta chilometri da capo a piedi, non merita l’intossicamento.

Sovrastato dal colle dove campeggia il duomo di San Giorgio, Pirano si sviluppa su una lingua di terra lunga e stretta. È visibile a occhio nudo dai colli alle spalle di Trieste, che a sua volta si può scorgere da qui. E si vede anche il promontorio sul cui vertice, che resta coperto, sorge Salvore. È il primo lembo di Croazia. Si trova dall’altra parte della baia di cui la stessa Pirano fa da limite settentrionale.

Questa insenatura è oggetto di un’irrisolta disputa territoriale tra i due Stati, che va avanti dal 1991, quando entrambi scelsero di rendersi indipendenti dalla Jugoslavia. La Slovenia pretende che la baia sia tutta sua, la Croazia è per la condivisione. Il confronto si allarga anche alla terraferma, e anche qui è Lubiana che vorrebbe guadagnare spazio, spostando un po’ più a sud la linea del confine, fissata da un piccolo canale del fiume Dragogna. Delimita a sua volta il lato inferiore delle saline di Sicciole: le uniche rimaste attive nell’alto Adriatico, un tempo importante distretto del sale. Ce ne erano anche a Muggia, Trieste e Capodistria, di cui s’è detto.

Camminiamo sulla passeggiata che segue l’andamento delle mura. È quasi l’ora del tramonto e c’è molta gente a goderselo. Qualcuno fa un bagno, entrando in acqua dalle scalette di ferro situate appena oltre i blocchi di pietra posti a proteggere il viale dal mare.

Un uomo sulla sessantina, cappello in testa, suona una chitarra acustica. Si chiama Roberto D’Ans. Gli chiediamo l’origine di questo cognome, insolito rispetto a quelli del posto. E da qui comincia una storia. Suo nonno era belga e aveva una laurea in ingegneria meccanica. Quando sul finire dell’800 l’impero austro-ungarico inaugurò il secondo corridoio ferroviario verso l’Adriatico, tra Budapest e Fiume (il Vienna-Trieste era già attivo), venne da queste parti a intercettare e servire i bisogni di chi spostava merci dal continente ai porti, via strada ferrata. Aprì un’officina. Durante la seconda guerra fu distrutta, e non venne più ricostruita. In epoca jugoslava la famiglia D’Ans fece di altro. Per anni gestì il piccolo cinema di Pirano e lo stesso Roberto, nato a Trieste ma vissuto sempre da questa parte del confine, vi lavorò come l’operatore. Nel 1991 è stato chiuso. Non ci andava più nessuno.

Sull’ultimo tratto balneabile di Pirano, una spiaggetta di sassi sul lato ovest della città, alla fine della passeggiata e prima di una scarpata, ci sono dei ventenni di Celje, un centro abitato dell’entroterra, venuti a farsi un bagno prima che l’autunno inghiotta definitivamente l’estate. Uno di loro, Juraj, indica Trieste all’orizzonte e dice: «Lì abbiamo un nostro teatro». Si riferisce al Teatro stabile sloveno.

Il suo rivendicare una cosa loro in terra nostra, un rivendicare svuotato di orgoglio però, almeno sembra, fa riflettere. Siamo abituati a considerare una parte consistente dell’oltre Adriatico come una proiezione dell’Italia a cui donano vita eterna i tanti campanili di San Marco che si levano nei vecchi avamposti veneziani – la stessa Pirano ne ha uno, appoggiato al duomo di San Giorgio – o altri riferimenti architettonici e culturali, non da ultima la lingua. Ma la ricerca di uno spirito adriatico, ammesso che realmente esista, può acquisire significato solo se, quando guardiamo o immaginiamo dalla nostra costa quella opposta, si assume la certezza che qualcuno – come Juraj – possa fare esattamente lo stesso, dall’altra all’una e secondo coordinate differenti. Questo, adesso, viene da pensare.