DAL GARGANO A TRANI

Sin dall’inizio, costeggiando i laghi di Lesina e Varano, attraversando la località di Lido del Sole e passando rapidamente da Rodi Garganico, c’è l’impressione che il Gargano sia in transizione. L’autunno, finito il periodo della villeggiatura, segna l’inizio del periodo in cui questa terra di foresta, scoglio e rare spiagge sabbiose di un certo respiro, i vecchi approdi naturali – viene da pensare – accanto ai quali si edificarono le cittadine del promontorio, si rassegna paziente allo scorrere del tempo. Ne dovrà passare abbastanza, prima della nuova stagione turistica; prima che dai porticcioli del posto riprendano a funzionare i piccoli traghetti per le Tremiti. D’inverno, ci dicono a Rodi Garganico, il collegamento è assicurato dalla sola Termoli, in Molise, e quasi esclusivamente per ragioni non turistiche. Si tratta di rifornire i pochi abitanti delle isole o portare sulla terraferma le loro cose.

La strada litoranea, dopo Rodi Garganico, si alterna tra la costa e l’interno, una grande boscaglia con una vegetazione molto fitta, che si dirada quando la montagna piega verso il mare. Ogni tanto, lungo la strada, c’è una piazzola con delle auto parcheggiate. È gente di queste parti che imbocca i sentieri che portano alle scogliere per andare a pescare o semplicemente godersi il mare senza bagnanti.

In prossimità delle cittadine la costa spiana e diventa una schiera lunga e a tratti ininterrotta di insediamenti turistici vuoti, soprattutto nelle aree di Peschici e Vieste. Sembra come che siano lì da anni, e che testimonino la fine di una storia. Questa è la sensazione restituita dal vedere queste strutture vuote e chiuse, adagiate lungo i fianchi di strade strette senza più traffico, che corrono in una terra poco abitata e dalle caratteristiche quasi insulari, data la scarsa contiguità del colpo d’occhio e la portata non eccelsa degli allacci infrastrutturali con ciò che le rimane a nord, a sud e a ovest.

Arriviamo a Vieste. Saliamo al paese vecchio, con le sue case bianche, le scalinate, le viuzze strette spazzate dal vento. In cima al cucuzzolo c’è un vecchio castello svevo, una parte del quale è di pertinenza della Marina militare: c’è una struttura radar. In giro c’è pochissima gente. I ristoranti sono tutti chiusi, come del resto i bed and breakfast. Troviamo solo un bar con la saracinesca tirata su.

Incontriamo dei ragazzi su una terrazza ampia, affacciata sul lato sud della riviera, dove ci sono dei trabucchi, vecchie strutture in legno, aggrappate alla roccia, da cui si allungano dei bastoni su cui si issavano le reti. Ce ne sono diversi nel Gargano, come in Molise e Abruzzo. Uno dei giovani, Giuseppe, ci racconta come si vive qui quando cessa la stagione turistica.

Di Manfredonia, limite meridionale del Gargano, resta impresso il lungo pontile del porto industriale, che collega la terraferma a una piattaforma dove vengono sbarcate merci, alimenti e bevande soprattutto. Le vanno a prelevare dei camion. Visti da lontano sono come piccoli rettangoli in lento movimento una sottile linea retta, che sfiora quella del mare. Per trasportare le merci ci sarebbe anche un nastro meccanico, che dovrebbe permettere di accatastarle in un grosso spiazzo, sopraelevato rispetto all’area doganale. Che si sappia, non è mai entrato in funzione. Così spiega un giovane finanziere.

Si prosegue verso Margherita di Savoia. In questo tratto di costa, e poi anche a sud della stessa Margherita di Savoia, la terra lavorata per l’agricoltura, un’agricoltura vecchia maniera, che non fa ricorso a mezzi meccanici, arriva quasi sempre sin sulla linea del mare. Da esso la separano dei tozzi argini. Questi campi vengono chiamati arenili, per via della presenza di rena sabbiosa. I contadini vi cospargono paglia per contenere l’umidità.  

Visitiamo le saline di Margherita di Savoia, le più grandi d’Europa. Si estendono per venti chilometri, e c’è un solo collegamento diretto con il mare, da qui saline sono separate da una sottile striscia di terra, su cui corre una strada provinciale. Questo corridoio si trova a nord della città, e l’affluire di acque salate nell’area umida è assicurato da pompe idrovore. Una volta entrata, l’acqua marina passa di vasca in vasca fino a raggiungere la salinità giusta per poter raccogliere il sale per scopi sia industriali che alimentari.

L’estrazione avviene con una procedura ormai completamente meccanizzata. Non ci sono uomini, in stivali e con il fusto nudo, sudati e bruciati dal sole, a spalare sale. È però importante il ruolo dei salinieri, una dozzina di lavoratori che, in motorino e a piedi, procedendo sugli argini che separano le vasche e sui ponticelli che le collegano, misurano il tasso di salinità, fanno manutenzione e tutte le altre operazioni necessarie.

Sebbene la raccolga sia meccanizzata, la salina è lo stesso fortemente intrisa di storia. Le vasche, i canali, le strade interne e le pendenze che assicurano il passaggio dall’acqua: quasi tutto è rimasto come al tempo dei Borboni, quando l’architetto Vanvitelli progettò la bonifica di questa zona, che già da secoli era terra di sale. Da allora la sua conformazione non è variata e pur se attualmente c’è una fase di crisi aziendale si è continuato a produrre con una certa intensità, al contrario di molte altre saline dell’Adriatico che non raccolgono più, come Ulcinj in Montenegro, o lavorano con ritmi assai ridotti rispetto al passato, è il caso di Sicciole in Slovenia e Ravenna. E poi ci sono tutte quelle saline che sopravvivono solo nei toponimi. A Capodistria, al posto della vecchia area del prezioso minerale, sorge il quartiere Bonifika. E numerose sono le frazioni delle cittadine adriatiche italiane che sono state chiamate Saline.

Si prosegue verso Bari. Si passa a Trani. C’è parecchio da dire, su questa città dove pietra e mare si coniugano con eleganza. Per ora parliamo del distretto del marmo – un tempo pilastro dell’economia locale, oggi in grave crisi – e del modo in cui per tanti anni ha arrecato danno al mare. In acqua si scaricava senza troppi complimenti, con l’autorizzazione del demanio. Era un’epoca, quella, dove la sensibilità ambientale non si era ancora sviluppata.

Ma oltre agli scarti industriali delle aziende del distretto, spalmato proprio sulla riva dell’Adriatico, nell’area a nord della città, venivano gettati in mare altri rifiuti, di ogni tipo, in modo del tutto abusivo. E oltre a nuocere all’ambiente marino, questo rovesciare cose in mare, legale o meno, più o meno inquinante, ha modificato sostanzialmente la linea della costa. Questa storia ce la racconta Domenico, un ex imprenditore.