LUBENIZZE

Veniamo a sapere di Lubenizze (Lubenice), un antico borgo di pietra in cima a un colle dell’isola di Cherso (Cres), con vista memorabile sul mare, dal libro Il leone di Lissa. L’autore, Alessandro Marzo Magno, ripercorre i viaggi in Dalmazia di Alberto Fortis. Abate, padovano, nel ‘700 ebbe il merito di raccontare queste terre all’intellighenzia europea.

A dirla tutta, l’appartenenza alla Dalmazia di Cherso, come delle isole che le galleggiano appena accanto (Lussino) e intorno, strette tra i bracci di mare del Quarnero e del Quarnerolo, è disputata. Ma tant’è. Fortis ne parlò, Marzo Magno l’ha visitata e noi seguiamo le orme dell’uno e dell’altro.

A Lubenizze, il vecchio centro strategico dell’isola, arroccato in alto per proteggersi dalle possibili incursioni dal mare, ci si arriva da una strada stretta, con tanti tornanti, che scala il colle. È domenica mattina e proprio all’inizio del pendio troviamo un gruppo di cacciatori di cinghiali. Alcuni di loro erano sul traghetto che ci ha trasportato in pochi minuti dalla costa istriana all’isola, solcando il Quarnero. Si va a Cherso appositamente per queste bestie, dunque. Nei suoi boschi dovrebbero essercene molte.

Lubenizze è un meraviglioso villaggio medievale di pietra, vecchio di qualche secolo. La vista può facilmente posarsi sulle coste dell’Istria. Giù in fondo al costone c’è la spiaggia di sabbia di San Giovanni, molto ambita d’estate. Ci si arriva da un sentiero scosceso.

Nel paese si contano poche case, molte diroccate. Davanti agli ingressi ci sono mucchi di legna. L’impressione è che d’inverno se ne abbia bisogno. Stupisce l’alto numero di chiese e cappelle. Una campeggia all’inizio di Lubenizze. In un’altra, incastrata in mezzo al borgo, si tiene messa. Ci sono una dozzina di fedeli. Scorgiamo ulteriori edifici di culto. Accanto all’ultimo, appena oltre il paese, c’è un piccolo cimitero che dà su una sorta di conca dove i muretti a secco, tipici dell’interno, qui e in tutto il resto della Dalmazia, disegnano suggestive traiettorie.

La visita a Lubenizze sarebbe terminata, ma da un casolare di pietra sbuca Romano Fanagel con i suoi due cani. È uno dei cinque abitanti di Lubenizze. Il padre era italiano, ma lui non conosce la lingua. Ci fermiamo a parlare, in inglese, e riceviamo molte altre informazioni: su di lui e sul borgo.

«Tre residenti sono qui da sempre. Due sorelle sull’ottantina e la signora Maria, che di anni ne ha 82. Io sono venuto quattro anni fa, insieme al mio collega». Con quest’ultimo, che al momento è via, Romano Fanagel – avrà all’incirca quarant’anni – lavora la lana. È una vecchia tradizione di Cherso, ma sta scomparendo perché sull’isola le opportunità scarseggiano e i giovani, finita la scuola, se ne vanno a cercare lavoro sulla terraferma. 

Romano e il collega hanno fatto il percorso opposto. Sono arrivati da Fiume. Erano stanchi della vita di città. «Cercavo qualcosa di diverso. Non sapevo lavorare la lana, ho iniziato da zero. La compro dai pochi pastori rimasti sull’isola».

Il casolare dove Fanagel e il collega vivono ospitava una volta una scuola, chiusa nel 1984. Poco oltre, nella vecchia casa del prete, anch’essa abbandonata («ilprete che tiene messa la domenica e i fedeli che vi partecipano vengono da fuori»), hanno realizzato un piccolo museo della lana. Spartano, vale una visita. Una parte dei soldi per sistemare la struttura ce li hanno messi loro, altri sono frutto di donazioni.

Sforzo ricompensato. Gli affari non vanno male. «Un po’ grazie al passaparola, un po’ con Internet e un altro po’ proprio perché si è venuto a sapere di questo museo», spiega Fanagel.  

Prima di congedarci gli chiediamo dove compra cibo. A Lubenizze non ci sono spacci. Non c’è proprio nulla, se non una taverna che apre d’estate. Rifocilla turisti. «Scendo fino a Valun (un paesino sul mare) percorrendo un vecchio sentiero di pietre, lungo un chilometro, e poi risalgo, nella direzione opposta». Lo dice come se fosse una cosa normale, di ordinaria amministrazione, questo eremita dei tempi moderni.