Qui potete leggere i primi due capitoli del nostro libro.

L’Adriatico per noi

Da Trieste al santuario mariano sul monte Grisa, alle spalle della città, il tragitto è breve e rapido: una dozzina di chilometri, venti minuti di auto. Da lassù la vista si allarga su tutto il Golfo di Trieste, ed è sontuosa e appagante. Ecco Monfalcone, e poi Grado, che delimita l’insenatura a ovest; ecco Pirano, in Slovenia, e appena oltre Salvore, in Croazia, che la chiude a est. Il nostro viaggio per coste e isole del Mare Adriatico è iniziato da questa stretta sacca d’acqua a cavallo fra tre Paesi, dove non di rado da una costa si avvista l’altra.

Non è comunque per l’ampiezza relativa del golfo triestino e in generale di tutto il bacino adriatico, dove la distanza massima tra le sponde non supera i duecento chilometri, che per noi questo mare è corto. Del resto limitandoci a tale aspetto trascureremmo il fatto che è anche lungo.

Dal Golfo di Trieste al Canale d’Otranto, il suo limite meridionale, ci sono settecento chilometri di mare e più di mille via terra. Questo aggettivo, corto, per noi non ha valenza fisica. Esprime piuttosto un auspicio, una speranza, un sentimento. Ma prima di darne spiegazione si rende necessaria una premessa. Come il Mediterraneo, in cui è contenuto, anche l’Adriatico viene di norma raccontato come un mare che dona coesione, unità, amalgama, comunione e pace alle terre che bagna. È una visione oltremodo carica di ottimismo, che in entrambi i casi risulta spesso contraddetta da una realtà dove regnano asimmetrie, discordanze, squilibri e contrasti.

In ambito mediterraneo tutto ciò emerge più nettamente, come dimostra il fenomeno dei flussi migratori, potente specchio del fossato tra Europa e Africa. Nell’Adriatico i divari sono più contenuti, eppure non mancano. La costa ovest è più ricca di quella est, tanto per cominciare. Ma i dislivelli economici si annidano anche sull’asse nord-sud, sia sul lato italiano del mare che su quello orientale. Il Nord-Est è più evoluto delle Marche, che a loro volta sono più progredite del Salento, mentre Slovenia e Croazia, sull’altra costa, lo risultano rispetto a Montenegro e Albania.

La geopolitica è un ulteriore fattore di asimmetria. L’Italia è incardinata da decenni nelle strutture dell’Occidente, mentre negli Stati rivieraschi dei Balcani l’ancoraggio è recente o non ancora formalmente definito: il frutto dello scisma causato nel secondo Novecento dalla guerra fredda. In questo spazio la discontinuità si rivela anche sul piano dell’antropologia del mare. Ogni comunità costiera ha un suo specifico approccio all’Adriatico, che dipende dal rapporto con il retroterra, dai grandi eventi della storia, dalla presenza o meno di porti commerciali, flotte pescherecce o cantieri navali, come dal tipo di turismo che in loco si è affermato: se di massa, se familiare o se sostenibile.

Questo groviglio di diversità, che nel nostro viaggio si è palesato continuamente, fa dell’Adriatico un mare largo, a dispetto dell’intervallo stretto tra le sponde, che dovrebbe incentivare al massimo relazioni e interscambi, e lungo, per le succitate questioni di distanze chilometriche e distribuzione di ricchezza, ma anche per un discorso di coordinate culturali: l’Alto Adriatico tende alla Mitteleuropa, il Basso al Mediterraneo.

Malgrado tutto, per noi l’Adriatico è pure un mare corto, nel senso che le disparità, le difformità e le lontananze che via via si manifestano, da costa a costa e da nord a sud, sono riducibili, almeno quelle di stampo emotivo e intellettuale. Il fatto è che esplorandone i litorali, visitandone le isole e scoprendo le tante storie che questo mare custodisce abbiamo avvertito la presenza di un sentire comune. È una forma di nostalgia; è l’idea che l’Adriatico sia un mare intimo, per dirla con Predrag Matvejević, grande scrittore europeo, balcanico e mediterraneo; è un sentimento particolare e sfuggente, romantico ma non retorico che abbiamo percepito in più frangenti di questa perlustrazione. Crediamo che la gente dell’Adriatico ce l’abbia dentro, anche se magari non sempre lo avverte, e riteniamo che sia il moto, a volte inconsapevole, che le permette di riconoscersi e ritrovarsi, pur se immersa nei propri contesti e nelle rispettive culture, in questo mare largo, lungo e corto.

Lorenzo e Juraj

Con l’eccezione dei promontori del Conero e del San Bartolo il litorale marchigiano è sabbioso. Di là dal mare, in Croazia, nella Dalmazia centro-settentrionale, prevale la roccia. Anche i retroterra sono diversi: i campi, le colline e i casolari nelle Marche; gli oliveti, i rilievi brulli e certi paesini dove i ragazzi giocano ancora in strada in Dalmazia. Nonostante tutto il nostro amico Lorenzo Cicconi Massi, cinquant’anni, di Senigallia, intravede un’analogia forte tra queste due terre.

Trova che entrambe, soprattutto nell’interno, al riparo dai processi omologanti del turismo, condividano lo stesso respiro, i medesimi caratteri, un certo sapore antico e autentico. Se in mezzo non ci fosse la grande massa dell’acqua questi due mondi, fatti della stessa pasta, potrebbero fondersi. Ecco perché la costa della Dalmazia esercita in lui un richiamo forte. Ogni tanto rivolge gli occhi all’orizzonte per verificare se per caso non appaia oltre il mare, ma solo una volta da Senigallia gli è capitato di scorgerla, in una giornata di quelle in cui la luce è perfetta e consente di gettare lo sguardo molto lontano, anche nei punti in cui l’Adriatico è meno stretto. In compenso quella costa Lorenzo la sogna ripetutamente. Nel sogno si solleva con forza dalla linea del mare, ed è incredibilmente vicina al bagnasciuga senigalliese. Lui tenta di raggiungerla su una barchetta a remi, ma non ci riesce.

Se raccontiamo questa storia c’è un motivo. Le grandi mappe dell’Italia che stavano appese sui muri delle nostre classi, quando andavamo a scuola, ci hanno sempre fatto sognare l’altra costa, facendoci venire voglia di visitare le sue spiagge e le sue città, e di conoscere quei popoli. I traghetti che vediamo salpare per Spalato, Durazzo, Bar e Zara da Ancona la tengono viva. Lorenzo è un po’ come noi: anche nel suo orizzonte mentale l’oltre Adriatico è un riferimento costante.

Nel corso del viaggio abbiamo cercato di capire se questo desiderio di scoprire l’Adriatico degli altri sia diffuso. Con il passare dei chilometri abbiamo constatato che no, non lo è. Solitamente ci si fa bastare il tratto di mare che si ha davanti agli occhi, e questo vale su entrambe le sponde, oppure ci si limita a visioni nette, troppo poco elastiche. Dalla nostra costa, per esempio, l’Adriatico orientale viene spesso percepito come una sorta di appendice dell’Italia. Ciò è dovuto al fatto che l’Istria, Fiume e Zara furono nostre tra le due guerre, all’influenza che avemmo sull’Albania già da prima dell’occupazione del 1939 e alla lunghissima egemonia esercitata da

Venezia su questo mare, di cui restano tracce evidenti, a partire dai tanti campanili in stile veneto disseminati nei borghi e nelle città dell’Istria e della Dalmazia. L’Adriatico orientale è indiscutibilmente molto italiano. Sarebbe sciocco non riconoscerlo, e sarebbe innaturale se la nostra percezione dell’altra costa non ne fosse influenzata. Ma questo fattore non deve essere totalizzante. Se così fosse dimenticheremmo che anche i popoli dei Balcani, nel corso della storia e per come oggi lo vivono, hanno contribuito a riempire di senso questo lato del mare. E in verità anche il nostro. Lo abbiamo capito quando a Pirano (Piran) abbiamo incontrato Juraj, un ventenne sloveno. Con i suoi amici, tutti di Celje, città dell’interno, era venuto a farsi un ultimo bagno prima che l’autunno inghiottisse definitivamente l’estate. Ci siamo messi a parlare, e a un certo punto il ragazzo ha indicato la sagoma di Trieste all’orizzonte, ben visibile e illuminata dalla luce del tramonto. «Sapete, lì abbiamo un nostro teatro», ci ha detto. Si riferiva al Teatro stabile sloveno, istituzione culturale, di lungo corso, della minoranza slovena della città.

Il suo rivendicare una cosa loro in terra nostra, un rivendicare orgoglioso ma non posticcio, così almeno ci è sembrato, ci ha fatto riflettere. C’è molto di italiano sul lato orientale di questo mare, lo ripetiamo, e proprio Pirano ne è un esempio, con tutta la venezianità che trasuda ogni sua pietra. Ma c’è qualcosa di slavo e albanese, tangibile o scolpito nella memoria, anche sulla costa occidentale. Bisogna averne contezza e legittimarlo. Può essere il teatro sloveno di Trieste. Possono essere le antiche comunità di lingua croata del Molise e quelle arbëreshë, ossia albanesi, dell’Abruzzo, della Puglia e dello stesso Molise, i cui avi fuggirono dai Balcani invasi dagli ottomani. E può essere il ricordo che migliaia di albanesi hanno di traversate ben più recenti, quelle del 1991, quando sfruttando il collasso del regime comunista, il più paranoico dell’Est, si misero in viaggio verso l’Italia, la terra promessa – la vedevano così – che li avrebbe salvati dalla miseria e dove avrebbero potuto sentirsi liberi.

Di quelle traversate la prima, e la più grande, fu quella degli oltre ventimila profughi che sbarcarono tra il 6 e il 7 di marzo del 1991 a Brindisi. Salparono da Durazzo, il principale porto albanese, assaltando alcuni dei bastimenti che vi ormeggiavano e imponendo ai loro comandanti di fare rotta sull’Italia. Era l’unico modo per andarci, dal momento che all’epoca non esistevano collegamenti di linea. La dittatura, nel mezzo secolo scarso durante il quale spadroneggiò, scelse la via dell’autoisolamento. Non volle legami con il resto del mondo, tanto meno via mare. Ma in quei mesi del 1991, segnati dalla sua dissoluzione e dal conseguente peggioramento di un già delicato contesto socio-economico, il controllo sulle frontiere marittime, come su molte altre cose, venne a mancare. E così si aprì la valvola dell’emigrazione.

Sbarcati a Brindisi, gli albanesi dormirono sul cemento degli spiazzi portuali, coperti con sacchi di cerata messi a disposizione dalle autorità locali. Arben Guxholli e Leila Cara erano tra quei profughi. La sorte ha voluto che rimanessero a vivere nella città salentina, dove hanno iniziato una seconda vita, trovando un lavoro e mettendo su famiglia, o ampliandola, come nel caso di Arben, che venne in Italia già padre di un bambino e qui ha avuto sua figlia. Durante il viaggio stette malissimo per via del mare mosso, e vomitò di continuo. I passeggeri della sua nave – ci 17 ha detto – erano come «sardine senza olio», tanto sul ponte si stava stretti. A un certo punto, per quanta sete aveva, bevve l’acqua piovana depositatasi in un lieve avvallamento. Sapeva di ruggine. Di quel viaggio Leila ricorda invece lo stupore che provò al comparire delle luci del porto, dei lampioni e delle case di Brindisi, quando vi arrivò a tarda sera. Non aveva mai visto una città brillare. Quelle dell’Albania, dopo il tramonto, erano sempre buie.

Leila, Arben e tutti gli altri profughi non immaginavano cosa li avrebbe attesi a Brindisi. Era una scommessa, un salto nel vuoto. Dal canto loro i brindisini furono spiazzati dall’arrivo di tutti quegli stranieri di cui sapevano poco o nulla, ma riuscirono a superare rapidamente paure e pregiudizi, e fornirono aiuto. Molti aprirono persino le porte di casa. Piero Bisanti, un macellaio, diede alloggio a Leila e ai suoi parenti: undici persone in tutto. Piero e Leila oggi sono marito e moglie, e hanno tre figlie. Il loro amore sbocciò una notte in discoteca. Leila non c’era mai stata, e ancora una volta, come quando dalla nave vide la città risplendere di notte, fu molto colpita dalle luci. Piero chiese al dj di dedicarle una canzone, per l’esattezza un pezzo di Lionel Richie. Si abbracciarono su quelle note, scambiandosi il loro primo bacio.